14 aprile 2012

Chiesa di Santa Maria la Nova

Chiesa di Santa Maria la Nova, Sec. XVII - XVIII
Sorta con il nome di Santa Maria La Nova della Pietà, la chiesa di Santa Maria La Nova si trova collocata nel cuore della cava omonima.
Cronologicamente ultima architettura ecclesiastica di notevole valore storico-architettonico, la chiesa presenta una facciata a tre ordini divisa in tre comparti da lesene.
Nel primo ordine si apre l'imponente portale incorniciato da lesene terminanti in capitelli ionici, il secondo ordine mostra un finestrone inquadrato da lesene di eguale stile , il terzo ordine, infine, termina nella torre campanaria ornata da ghirlande e da una balaustra in pietra locale.
Le complesse vicende progettuali e costruttive, sviluppatesi nell'arco di tre secoli hanno visto nel 1798 il rifacimento della parte absidale e la trasformazione delle strutture dell'aula centrale e della facciata.
Con il progetto originario dell'ingegnere G. Venanzio Marvuglia i lavori di ricostruzione furono diretti dal Cardona e completati nel 1801 con gli stucchi di Emanuele e Domenico Ruiz. L'abside si sviluppa intorno alla grande tela "Natività di Maria", opera caratterizzata dall'impianto monumentale dei personaggi, la cui attribuzione è controversa.
Considerata, fino a pochi anni fa, opera di Sebastiano Conca, in base ai recenti studi della Prof.ssa Siracusano, la tela dovrebbe essere attribuita a Tommaso Pollace e cronologicamente collocata tra la fine del '700 e gli inizi dell'800.
La seconda fase edilizia riguardante le navate e la facciata risulta più tormentata. I lavori iniziarono nel 1817 ma proseguirono nel corso degli anni con svariati progetti e numerosi direttori di lavori fino al 1851, anno del completamento della volta decorata con gli stucchi del Gianforma uniformati a quelli del Ruiz dell'abside. L'apertura al culto avvenne nel 1857.
Le fortune della chiesa sono fondamentalmente legate alle rendite di Pietro Di Lorenzo Busacca che, facendo testamento nel 1567, nominò erede universale del suo immenso patrimonio la Confraternita della Chiesa denominata allora Santa Maria della Pietà.
Le navate laterali sono costituite da sei cappelle (tre per ogni lato), collegate tra loro e concluse da cupole emisferiche. Nel vestibolo della chiesa è possibile ammirare il frontone ed altre parti di ciò che resta del prospetto della prima chiesa di Santa Maria della Pietà costruita tra il VI e il VII secolo.
Sul lato della navata, nella prima cappella si incontra l'altare di San Francesco di Paola, sotto un prospetto marmoreo di stile dorico contenente la statua di San Francesco che dovrebbe provenire dalla chiesa omonima demolita nel secolo '800.
Nella seconda cappella, su un altare dal prospetto in stile corinzio, si trova una statua della Vergine Maria Immacolata. La statua lignea, ricoperta da lamine d'argento, secondo un anonimo fu scolpita a Napoli nel 1843 dal celebre statuista G. Petronzio e rivestita in argento nel 1844 da Don Silvestro Catera e figli. Le notizie sulle lamine d'argento sono confermate da un'incisione sul mantello di Maria.
Nell'ultima cappella del lato destro si trova la nicchia in stile corinzio in cui è racchiusa la statua lignea policroma del Cristo Risorto, detto popolarmente "Uomo Vivo". Il Cristo, di notevole vivacità espressiva, è posto su una base di nuvole ed indossa un perizoma dorato ed un ampio mantello color amaranto. Dopo le prime ipotesi che facevano risalire l'opera al XIX secolo, recenti ricerche di M. Boscarino consentirebbero di assegnare l'opera allo scultore catanese F. Pastore che l'avrebbe realizzata nel 1796.
Sul lato sinistro si aprono altre tre cappelle. Nella prima si trova un altare in stile dorico in cui si conserva una statua secentesca di San Giuseppe che tiene in braccio il bambino Gesù. Nella seconda cappella in un altare in stile Corinzio è conservato il prezioso e venerato simulacro della Vergine della Pietà. Composto da una scultura lignea seduta, col capo reclinato, una veste a fiori ed un mantello damascato, affiancata da due pie donne in piedi e da un Cristo deposto ed una croce di legno ricoperta da lamine d'argento; il simulacro ha origini alquanto oscure. Due sono le tesi per l'attribuzione: la prima vuole che l'opera sia di età bizantina e che sia stata trovata tra le macerie della chiesa di Santa Maria della Pietà in periodo normanno, la seconda è sostenuta da S. Santiapichi che considera la statua dell'Addolorata come facente parte di una sacra rappresentazione con 14 statue lignee eseguite da A. Monachello di Noto nel 1564.
Nella terza cappella, su un altare in stile dorico, si trova una statua raffigurante la Madonna col Bambino detta delle "Nevi", che reca nella base la data 1496. Quale titolo questa scultura abbia avuto originariamente non ci è dato saperlo con certezza. La Madonna indossa una veste riccamente ornata, i bassorilievi collocati nella base, illustrano la vita di Sant'Anna: l'Incontro di Gioacchino con i pastori, la Nascita di Maria, l'Annuncio a Gioacchino.
Nella volta si trovano cinque tele datate 1858 opera del pittore chiaramontano sac. G. Di Stefano, raffiguranti storie della vita di Cristo: l'Adorazione dei pastori, la Presentazione di Gesù al tempio, Gesù tra i dottori, Cristo e la Pie donne, Cristo deposto.
Di un certo interesse è l'urna reliquiario in argento che presenta altorilievi e bassorilievi di diversi temi. Su uno dei due lati lunghi si trovano due putti che sorreggono un medaglione circolare con l'Addolorata sdraiata ai piedi del Santo Sepolcro sull'altro lato lungo si trova il medaglione con la natività di Maria, sui lati corti sono raffigurati San Guglielmo e San Giuseppe. Sui lati lunghi del coperchio è raffigurata Santa Rosalia ed in un altro il Martirio di S.Adriano, tema presente in una tela della navata destra.
La chiesa Parrocchiale di Santa Maria La Nova nel Marzo 1994 è stata eretta Santuario Mariano Cittadino "Maria Santissima della Pietà". 

Chiesa di San Michele

Chiesa di San Michele, Sec. XVII - XVIII
E' una delle chiese più antiche di Scicli, ricostruita dopo il terremoto del 1693 in uno spazio condizionato da edifici già esistenti.
L'architetto modicano Alessi iniziò i lavori nella seconda metà del 1700 utilizzando tutto lo spazio disponibile per formare una quinta scenografica che permettesse, nel lato destro, di scorgere la chiesa di Santa Teresa; i lavori si conclusero a metà del 1800 sotto la guida dell'architetto Fama di Palermo.
Il prospetto della Chiesa presenta tre ordini che acquistano una conformazione leggermente convessa soprattutto nella parte centrale del portale, fiancheggiato da colonne corinzie culminanti con cornice intramezzata da uno scudo araldico.
Il secondo ordine mostra un finestrone arricchito da ghirlande floreali e chiuso da una gelosia in ferro battuto. Infine il terzo ordine appare con un'impostazione neoclassica per la mancanza di colonne sostituite da piatte lesene terminanti con capitelli corinzi che inquadrano la cella campanaria. Il prospetto della chiesa si chiude in alto con un timpano triangolare.
Di notevole interesse è l'apertura laterale della chiesa su Via F.M. Penna posta di fronte al portone principale di Palazzo Spadaro. Si tratta di un ingresso arrotondato da una liscia strombatura appositamente realizzata per non appesantire il prospetto laterale della chiesa e preceduto da cinque gradini che seguono l'andamento digradante della strada.
L'interno ha un'aula ellittica preceduta da un endonartece biabsidato e conclusa da un abside semicilindrico. La decorazione policroma caratterizzata da innumerevoli stucchi, affreschi, pitture e sculture, la rendono una basilica unica nel suo genere. In particolare si segnalano decorazioni della metà dell'800 che riproduco strumenti musicali ai lati dell'organo, collocato su un balcone interno in ferro battuto sorretto da quattro colonne.
Ai lati della navata su quattro altari minori si collocano delle tele raffiguranti: S. Agostino (XIX sec), S. Michele Arcangelo (XIX sec), l'Adorazione dei Magi (XIX sec) e un crocifisso ligneo (XV sec).
Nell'abside, una tela di forma ovale rappresenta la Madonna delle Grazie (XVIII sec).
A partire dal 1770 si iniziò a costruire il monastero omonimo che si sviluppa a triangolo a ridosso della chiesa. Ospitava suore agostiniane. Attualmente è un centro di recupero per anziani. 

Chiesa di San Giovanni

Chiesa di San Giovanni, Sec. XVIII
Adiacente al Palazzo Comunale si trova la Chiesa di San Giovanni Evangelista. Essa fu fondata prima del 1300 e già in quegli anni fu istituita alla "Confraternita dei Nobili Bianchi", la quale si prodigò a Scicli compiendo opere di carità e di misericordia in favore della popolazione sino al 1860. Successivamente la chiesa fu ceduta ai monaci di San Benedetto i quali costruirono un monastero che diede impulso alle attività religiose ed economiche della città. 
La struttura crollò in seguito al terremoto del 1693, venne ricostruita a più riprese nella seconda metà del '700. 
La facciata ha un'impaginazione concavo convessa e presenta tre ordini, doppie semicolonne ne accentuano lo sviluppo verticale evidenziando lo stacco tra il partito centrale, convesso, e i due laterali, concavi.
Nel primo ordine, scandito da colonne ioniche, si apre il portale d'ingresso, preceduto dalla bella scalinata che asseconda il movimento della facciata; due nicchie occupano i partiti laterali. Il secondo ordine, caratterizzato da colonne in stile corinzio, è abbellito dalla preziosa gelosia in ferro battuto. Nel terzo ordine viene ripreso l'ordine composito del secondo, chiuso da due piedistalli alle estremità. La facciata si chiude con un timpano spezzato nel quale è incisa la data di fine lavori (1803).
L'interno, a pianta ovale, ha una fisionomia neoclassica. Ai lati, tra le semicolonne, addossati alle pareti curve, sono collocati quattro altari. La volta, a guscio di noce, presenta una decorazione ricca di stucchi e dorature ben lontani dal clima culturale tardo barocco. Nella parte alta del vestibolo, tre medaglioni raffigurano vedute paesaggistiche di Scicli. Inoltre, presso la sacrestia, è conservata un'opera del XVII secolo, il cosiddetto "Cristo di Burgos", di probabile provenienza spagnola che raffigura un Cristo crocifisso con la sottana sacerdotale, iconografia molto rara in Italia.

Chiesa di San Bartolomeo

Chiesa di San Bartolomeo, Sec. XVIII
Inserita in uno scenario naturale di rara bellezza, la chiesa di San Bartolomeo è stata definita dall'architetto Portoghesi " una perla dentro le valve di una conchiglia".
Le prime notizie della chiesa risalgono al XV secolo e, in base a quanto riferito dallo storico Carioti pare che non abbia subito gravi danni in seguito al terremoto del 1693. Tuttavia alcune fonti riportano l'anno 1752 come l'anno di inizio delle fasi di ricostruzione.
La facciata a tre ordini documenta il momento di passaggio da un'architettura tardo-barocca ad una neoclassica. Il prospetto, infatti, avviato alle fine del settecento da Antonio Mazza fu rielaborato da Salvatore Alì e concluso nel terzo ordine solo nel 1815 da P. Ventura. Nel 1822 furono realizzati lo spiazzale e il cancello in ferro battuto ad opera di S. Alì.
L'impostazione piramidale vede l'uso di colonne e lesene di stile diverso, dorico nel primo ordine, ionico nel secondo ed infine corinzio nell'ultimo, ospitante la grande cella campanaria, concluso da una cupola costolonata. Sul timpano arcuato del portale è stata collocata una statua della Madonna con Gesù bambino, mentre ai lati trovano posto quattro statue raffiguranti San Pietro, San Paolo del Marabitti, San Bartolomeo e San Guglielmo.
L'interno, a navata unica, mostra una pianta a croce latina. Ai lati del portale di ingresso si trovano due monumenti sepolcrali marmorei, realizzati nel 1631 dallo scultore Francesco Lucchese, in cui sono conservate le spoglie di due illustri cittadini sciclitani don Vincenzo Miccichè e il padre di questi, don Giuseppe Miccichè. Confrate di San Bartolomeo, membro di una ricca famiglia nobile locale, don Giuseppe Miccichè svolse un ruolo importante durante la fase ricostruttiva della chiesa, in particolar modo della ristrutturazione della cappella maggiore. Dopo la sua morte se ne rispettò la volontà testamentaria: si realizzarono i due monumenti funerari e la tela della "Immacolata tra i santi Guglielmo e Bartolomeo", opera del pittore Francesco Cassarino, collocata nel braccio destro del transetto accanto alla cappella della Addolorata. Il gruppo statuario non datato e anonimo presenta le sculture del Cristo di Maria, Maria Maddalena e San Giovanni. Si tratta di sculture in legno rivestite di stoffa con le mani e la testa in cartapesta. Il Crocifisso, raggiunge effetti di crudo realismo ricorrente nella cultura figurativa popolare.
Nello stesso braccio del transetto è conservata la "Santa Cassa", un reliquiario rivestito di argento del 1862, su cui è posto Gesù Bambino nudo popolarmente chiamato "Cicidda d'oro", portato in processione il giorno di Natale.
Di grande interesse è la pala d'altare raffigurante il "Martirio di San Bartolomeo" opera di Francesco Pascucci datata 1779. La tela, realizzata a Roma e poi trasportata in Sicilia nel 1780, mostra il martirio del Santo.
Nel braccio sinistro del transetto è collocato il Presepe settecentesco, che sostituì quello monumentale del '500, di cui non è rimasto alcun esemplare. L'incarico di rinnovare il Presepe fù affidato allo scultore napoletano Pietro Padula, che completò l'opera tra il 1773 e il 1776. Delle originarie 65 statue ne rimangono solo 29, ma non sappiamo se la scenografia con ruderi di architettura classicheggianti e gli affreschi della volta raffiguranti Dio Padre, risalgono all'intervento del Padula. Il paesaggio di grotte e rocce che circonda i personaggi rispecchia l'ambiente naturale della cava di San Bartolomeo ed i pastori che indossano abiti semplici ed usuali testimoniano gli usi e i costumi dell'antica società rurale.
Nella cappella a sinistra di quella del Presepe, si trova la statua rivestita d'argento dell'Immacolata, realizzata nel 1850 dai fratelli Catera già attivi localmente.
Gli stucchi del vano absidale furono curati direttamente da Giovani Gianforma, quelli della volta, delimitano tre dipinti di G. Battista Ragazzi con Allegorie dell'Abbondanza, della Legge e della Fortezza.
Nella sagrestia si trova un'interessante tela raffigurante "La Deposizione", proveniente dalla chiesa conventuale dei padri Cappuccini di Scicli e trasferita nel 1923. L'opera, attribuita a Mattia Preti, presenta due temi: la deposizione del Cristo e lo svenimento di Maria.

13 aprile 2012

Palazzo Municipio

Ingresso Palazzo Municipio
  Il primo edificio che si incontra percorrendo la via Francesco Mormina Penna è il Palazzo Comunale, realizzato tra il 1902 e il 1906 nel luogo dove anticamente si trovava il Monastero delle Benedettine, annesso alla Chiesa di San Giovanni Evangelista. 
Nonostante il contrasto dei volumi tra la struttura municipale che si estende seguendo un'immaginaria linea verticale e l'attigua Chiesa di San Giovanni Evangelista l'intero complesso non appare dissonante. Un telaio di lesene e semicolonne su alti piedistalli incornicia il prospetto dell'edificio ulteriormente scandito da bugne lisce spezzate dalle finestre a bifora del primo piano. Questo è l'unico monumento civile all'interno di uno spazio religioso e aristocratico.
Negli ultimi anni il palazzo ha acquistato una considerevole notorietà essendo divenuto set cinematografico della fiction "Il commissario Montalbano", personaggio nato dalla penna dello scrittore siciliano Andrea Camilleri.

Palazzo Beneventano

Palazzo Beneventano
L'involuta balaustra in ferro battuto rende immediatamente riconoscibile lo stile di questo balcone di un palazzo di Scicli (palaz. Beneventano): il Barocco. 
Bizzarro, appariscente e drammatico, con i suoi giochi di luce e l'abbondanza delle decorazioni, il Barocco siciliano esalta al massimo del suo potenziale l'architettura isolana con un'immagine inconfondibile destinata a durare nel tempo e a lasciare un'impronta indelebile. 
Sviluppato specialmente sulle rovine del terremoto che sconvolse la Sicilia nel 1693, diventò uno stile unico, soffisticato e fortemente personalizzato rispetto a quello dell'Italia continetale. 
L'incantevole Palazzo Beneventano è uno dei monumenti barocchi del 700 piu' significativi e piu' originali della provincia (storico d'arte Blunt). 
L'angolo sormontato da un cornicione, che funge da cerniera dei due prospetti, stilisticamente identici delimitando in altezza il palazzo, è forse la parte piu' interessante di tutto l'edificio. Esso è caratterizzato dalle artistiche decorazioni delle lesene bugnate, arricchite da due teste di moro in alto e da S. Giuseppe in basso.  
Scenografici i balconi dalle particolari inferriate panciute sostenuti da mensoloni che rafficurano animali fantastici. Le finestre del piano inferiore presentano invece nell'arco di volta "mascheroni" e "caricature umane".
 

Palazzo Spadaro

Ingresso di Palazzo Spadaro
 Il palazzo appartenuto alla famiglia Spadaro, di origine modicana trasferitasi a Scicli nel XVII secolo, fu costruito a più riprese durante il 1700.
Questo sviluppa il suo prospetto tardobarocco in lunghezza, assecondando l'andamento curvilineo che la strada assume in questo tratto e mantenendo perpendicolare al portone la scalinata interna.
La facciata presenta otto balconi con inferriate convesse in ferro battuto con particolari modanature rococò a motivi geometrici e floreali. Questa particolarità delle inferriate è dovuta ad un'esigenza di ergonomicità per facilitare le dame ad affacciarsi dai balconi visti gli abiti sontuosi dell'epoca.
La parte sottostante presenta otto aperture tra i due portali intagliati con eleganti modanature. Il portone principale, antistante la chiesa di San Michele Arcangelo presenta una decorazione ricca dove si può vedere il simbolo della famiglia Spadaro, ovvero un leone rampante. Tutta la facciata è impaginata in un telaio di lesene ad ordine gigante.
Il prospetto posteriore di via Spadaro (che prende il nome dal palazzo) si presenta più povero, forse usato come ingresso della servitù viste anche le decorazioni. I due balconi, sempre con inferriate convesse anche se di minore ampiezza, sono decorati con mascheroni che rappresentano un vecchio che stringe tra le gambe un quadrupede e un giovane dalla chioma fluente che porta alla bocca un frutto e due galli che sono posti ai lati. Vi è inoltre un terrazzino che collega l'edificio principale con un altro, sul lato opposto della via, formando un ponticello frequentato un tempo dagli innamorati (e proprio il barone Spadaro era solito sbirciarli dai balconi soprastanti).
L'ingresso principale presenta un'elegante scala a due rampe detta "a tenaglia" opera del capomastro Giorgio Vindigni di Modica, satura di decorazioni policrome sulle pareti e sul soffitto.
Le sopraporte del pianerottolo e i lati delle porte d'ingresso sono collocate quattro tele che raffigurano piatti dorati con teste di profilo tra fasce spiraliformi, festoni, ghirlande e puttini.
Sulla rampa destra è collocato un dipinto su tela realizzato tra il 1926 e il 1930 da Raffaele Scalia (pittore nativo di Avola che si ispira alla pittura della seconda metà dell'800), raffigurante una donna e tre bambini con la mano tesa per chiedere l'elemosina. Sempre dallo Scalia è la tela collocata dall'altro lato della scala raffigurante una madre con due ragazze nel pieno della tranquillità familiare.
La collocazione delle due tele non è casuale. La prima intitolata "Povertà" è stata collocata a lato dell'ingresso utilizzato dalla servitù, la seconda a cui è stato dato il titolo "Ricchezza" si trova a lato dell'ingresso usato dalla famiglia Spadaro.
La distribuzione spaziale delle sale al primo piano presenta otto ambienti comunicanti "ad infilata", che si affacciano sulla via Francesco Mormina Penna mentre nell'ala Nord vi sono dei vani di disimpegno, usati probabilmente come sala del fumo e sala del the. L'ultimo ambiente dell'ala Nord è stato riconosciuto come il luogo dove era collocata la piccola cappella della famiglia di cui non resta alcuna traccia se non due crocifissi del 1400 (in legno e in cartapesta) recentemente restaurati. Viene ricordato che l'altare presente nella cappella riproduceva in scala ridotta l'altare maggiore in marmo intarsiato della chiesa di san Matteo. 
Tutte le stanze erano pavimentate con maioliche di Caltagirone che richiamavano i colori delle pareti e dei soffitti. La carta da parati che attualmente riveste i muri e i tendaggi riecheggiano i tessuti nel periodo di splendore del palazzo. Della mobilia rimane esclusivamente un credenzone in legno a vetro arricchito da colonne tortili con cornice intarsiata, nonostante fino a poco tempo fa si trovassero, quando ancora il palazzo era di proprietà Spadaro, una collezione di vasi greci e siculi, un medagliere greco-romano e una pinacoteca, nonché parte della mobilia originale. In situ sono una tela sulla volta del salone centrale, adibito in origine a salone da ballo, col tema di Apollo e le Muse (XIX sec), di autore ignoto, e una tela appesa alla parete di fondo che raffigura una scena con Venere e Marte, opera anch'essa dello Scalia, originariamente collocata sul soffitto della scalinata principale. Spicca per la policromia degli stucchi e degli apparati decorativi, la volta a guscio scandita da cornici che inquadrano la tela centrale. Il punto d'incontro tra le pareti e la volta è determinato da una cornice perimetrale verde smeraldo affastellata da stucchi fogliacei che assumono sembianze zoomorfi nella tonalità oro zecchino. Ai quattro angoli della volta, entro cornici a mandorla, prendono vita ritratti di statue mitologiche. Ai lati del soffitto sono evidenti medaglioni ovali con temi allegorici e mitologici. L'imponente lampadario della sala da ballo è in cristallo di rocca abbellito con gocce pendenti.
Di recente sulla volta sud è stato collocato un arazzo raffigurante l'antico stemma araldico della Contea di Modica (al centro) consistente in un'aquila con le ali spiegate che tiene tra le zampe un nastro con i titoli della sergenzia di Scicli. Ai lati sono presenti due stemmi analoghi della città di Scicli con il leone rampante sui tre colli.
L'unico ambiente che si conserva nella fattura originaria è la camera da letto. Si tratta di un piccolo vano quadrato dove è ricavata un'alcova per ospitare l'antico letto a baldacchino. Rimane intatta la pavimentazione in ceramica di Caltagirone nelle tonalità del verde, azzurro, rosa e giallo, e le tele collocate sui sopraporta che raffigurano le virtù familiari. Sul lato sinistro dell'alcova è presente una porticina che permetteva una fuga veloce a chi volesse uscire dal palazzo senza essere visto.
Considerato che prossimamente il palazzo verrà adibito come sede della pinacoteca comunale fin da adesso si possono ammirare alcuni dipinti realizzati dagli artisti del "Gruppo di Scicli".

12 aprile 2012

Chiafura

Chiafura e cava di San Bartolomeo
Situato sulla parte meridionale del colle di San Matteo si sviluppa Chiafura, uno dei quartieri più antichi della città di Scicli, con le sue centinaia di bocche nere.
Quartiere abitatissimo fino agli anni '50, oggi è deserto a seguito della legge Romita sull'edilizia impropria del 1954 che decretò il definitivo abbandono del quartiere e il successivo trasferimento nel nuovo quartiere di Jungi.
Le origini di Chiafura sono remote. Si pensa infatti che abitazioni sparse risalgano addirittura al periodo neolitico anche se è stato scoperto che la maggior parte di esse appartenga all'età bizantina.
In seguito all'insicurezza causata dal crollo dell'impero romano, le popolazioni cominciarono a salire verso la rocca fortificata, già sorta sul colle di San Matteo.
La maggior parte delle abitazioni è collocata sul versante meno ripido, quello meridionale: qui sfruttando la grande abilità nel cavare la pietra, si creerà il primo nucleo di case in grotta sotto la roccaforte della città.
A seguito del terremoto del 1693 il castello fu distrutto. Nel 1874 la Matrice fu trasferita nella Chiesa di Sant'Ignazio nella città nuova e ciò decretò la fine e il definitivo abbandono del colle, anche se diverse migliaia di persone continuarono a scavare le proprie semplici abitazioni e a ricavarvi all'interno, gli spazi e gli arredi che servivano per la vita di tutti i giorni. Nel XIX secolo, la fine del problema delle incursioni causate dalla seconda guerra mondiale e l'aumento demografico provocarono la progressiva espansione verso il fondovalle.
La parte occidentale, dominata dal "Castiddazzu", è caratterizzata da terrazze lungo tutta la sua altezza.
La maggior parte delle grotte è costituita da uno o due vani quadrangolari, di circa 4 o 5 metri di lato; alcune di esse sono scavate in pareti che si affacciano direttamente sulla strada; altre si raccordano alla strada tramite un cortile antistante. Parte di queste abitazioni sono dislocate su due piani, collegati attraverso scale interne, anch'esse scavate nella roccia.
Nel corso degli ultimi due secoli si è verificato un allargamento delle abitazioni tramite l'integrazione delle grotte con strutture costruite in muratura. Le aree più larghe, nei vari terrazzamenti, dovettero costituire lo spazio comunitario, l'agorà dell'abitato, il centro deputato alla vita pubblica.